Suffragette: rivolta al femminile </br> La recensione del film

Suffragette: rivolta al femminile
La recensione del film

Un cast tutto in rosa denuncia con ardore le sanguinose lotte delle donne inglesi.

Nella Londra del 1912 si innalzano le prime voci per affermare il riconoscimento del diritto di voto alle donne. La più forte è quella di Emmeline Pankhurst attorno alla quale sorge la Women’s Social and Political Union, denigrata dall’opinione pubblica con il nome di movimento delle Suffragette. Maud Watts vive con triste rassegnazione il suo destino di donna sottomessa al volere degli uomini fino a quando Violet Miller, che lavora nella sua stessa lavanderia, la recluta tra le fila della ribellione.

La regista Sarah Gavron e la sceneggiatrice Abi Morgan decidono di ribaltare la visione edulcorata del disneyano “Mary Poppins”, in cui le suffragette sono rappresentate come eleganti borghesi che militano attorno a un tavolino da tè, per mostrarci la vera faccia di quella che in realtà fu una rivolta sanguinosa e sofferta.

Carey Mulligan presta il suo volto a Maud Watts, figura che si ispira alla vera Hanna Webster Mitchell ma allo stesso tempo riassume in sé la storia di tante donne che decidono di opporsi a un sistema che le vuole silenziose e senza valore. La pellicola infatti intende raccontare non soltanto la nascita dell’Unione ma, in maniera più ampia, l’insofferenza nei confronti della condizione femminile. Quello era il periodo storico in cui una donna lavorava in condizioni precarie per più ore di un uomo ma veniva sottopagata oltre ad essere violentata, umiliata e sfruttata fin dalla tenera età e in tutte le classi sociali.

La storia si snoda in un crescendo narrativo partendo da una prima metà più lenta e procedendo a un ritmo più serrato fino allo scioglimento finale, carico di tensione ma anche di speranza in un futuro migliore.

Il cast, a cui si aggiungono anche Helena Bonham Carter nelle vesti dell’istruita Edith Ellyn e Meril Streep in quelle della Pankhurst, è interamente al femminile. Allo stesso modo delle rappresentanti del movimento che si muovono all’unisono, la squadra che ha dato vita a questo film è ben concertata non facendo emergere nessuna figura ma giungendo con grande attenzione a un buon risultato. La regista infatti decide di non eccedere nella forma e anche un’attrice del calibro di Meryl Streep si concede solo una breve apparizione al balcone (ricorda vagamente Evita Perón) e cedendo il passo al messaggio generale del film “Meglio ribelle che schiava”. Una frase che non poteva che essere più attuale adattandosi a tutti coloro i cui diritti vengono calpestati ogni giorno.

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