#MUTA a Palazzo Branciforte </br> contro la violenza sulle donne

#MUTA a Palazzo Branciforte
contro la violenza sulle donne

Dal 21 al 25 novembre vasto programma di attività.

È stata inaugurata con una tavola rotonda la manifestazione #MUTA, Arti e culture contro la violenza sulle donne. Un titolo che racchiude in sé l’essenza del progetto: “muta” è un ordine odioso, specie nella sua forma dialettale “t’a stari muta” che esprime tutta la violenza verbale e psicologica che sta dietro l’espressione. Ma allo stesso tempo, se lo si legge come imperativo del verbo mutare, è un termine che spinge all’incoraggiamento e al cambiamento.

Per il secondo anno consecutivo l’associazione Antilia ha voluto dedicare spazio all’argomento ma con uno sguardo alternativo, tramite l’arte, che ha un modo speciale di parlare all’anima e decostruire determinati meccanismi.

Numerose donne sono intervenute, raccontando le proprie storie lavorative e punti di vista sul tema.

L’assessore alla scuola e realtà dell’infanzia, Barbara Evola, ha posto l’accento sulla lotta contro gli aspetti culturali che ancora oggi sono causa della violenza di genere, e su quanto sia importante agire nelle scuole, intervenendo su una fascia d’età che vada dai 5 ai 10 anni. “Il 25 novembre, insieme alle consigliere comunali e alla rete antiviolenza presenteremo un documento in cui ognuna prenderà un impegno”.

Elvira Sciurba, scrittrice e poetessa, autrice tra gli altri di “Anche le donne hanno le ali” ha dichiarato: “non sono una giornalista o membro di una associazione che si occupa dell’argomento, ma una donna qualunque che vive la propria condizione negli ambiti che le appartengono”.

“Il segmento sociale medio alto – ha proseguito la scrittrice – non è da considerarsi esente dalla violenza, in esso si concentra soprattutto quella di natura psicologica: crescere bene i figli comporta molti doveri, e sensi di colpa quando i figli sbagliano. La bellezza,  è considerata ancora oggi sinonimo di poca intelligenza e nell’ambiente lavorativo costringe molte donne a dover sempre dimostrare di più, e sono le stesse donne a legittimare spesso determinati stereotipi sociali, rivolgendosi ad esempio ad una donna se si tratta di cercare un pediatra, ma ad uomo se invece si ha bisogno del chirurgo. Ciò che può salvarci dalla violenza è l’educazione al rispetto di sé. E la formazione su queste tematiche non solo nelle scuole a rischio, perché è proprio nelle scuole ‘bene’ che certi ragazzi sentono gravare su di sé il peso di aspettative che non riescono ad accontentare, sfociando poi nella frustrazione”.

Giorgia Butera, sociologa e scrittrice, ha parlato della campagna portata avanti da lei e altre tre donne, che partendo da Palermo, senza alcun investimento economico, in soli due mesi è riuscita a raggiungere l’Onu, e paesi quali la Costa D’Avorio, il Kenya, l’Albania. La campagna si chiama ‘Sono bambina non sono una sposa’ e affronta il tema dei matrimoni precoci e degli aborti selettivi. Ha avuto un forte appoggio istituzionale, anche da parte del presidente della Repubblica Napolitano. Il problema può forse sembrare lontano da noi ma non è così, posto che ad ogni modo la situazione delle spose bambine è tragica, e merita  la mobilitazione internazionale. Anche in Sicilia fino a non molti anni fa avvenivano matrimoni forzati in giovane età, e più in generale il tema rappresenta tutte quelle donne costrette a trovare nel matrimonio una scappatoia sociale. La campagna è candidata al premio San Bernardino e sarà il 9 settembre all’Expo nella sezione Woman. È stata tradotta in 5 lingue.

Rita Cedrini, docente di antropologia culturale e antropologia degli artefatti alla facoltà di architettura ha proseguito: “è l’uomo che si dà dei parametri, la cultura non nasce da sé. Il nostro cervello va a due velocità: una per le strutture della manifestazione, che sono quelle che ad esempio ci permettono di apprendere velocemente le nuove tecnologie e non intaccano i punti di riferimento che hanno contribuito alla formazione della persona, e una velocità per le strutture profonde, i processi che distinguono una cultura da un’altra. Per questo i cambiamenti culturali procedono tanto lentamente.”

Valeria Ajovalasit, presidente di ‘Arci Donna’ ha ricordato quanto sia importante contribuire ognuno nel quotidiano con comportamenti e messaggi che abbattano le disparità di genere: ” Vorrei che uscissimo da questo convegno con una maggiore sensibilità. Ogni giorno è necessario compiere un gesto in questa società civile. Le donne sono cambiate molto negli anni, cambiamento che non è avvenuto altrettanto da parte maschile. Cosa succede quando le relazioni uomo-donna non funzionano più perché il modello femminile è venuto meno? Per ogni caso di cronaca di violenza sulle donne – ha spiegato la Ajovalasit –  sentiamo dire che si trattava di ‘una famiglia normale’ ma se la normalità è questa significa che è davvero un problema e va scardinato. Per fortuna molti uomini hanno capito che bisogna abbandonare il possesso – ha concluso la presidentessa dell’ Arci Donna – e che è fondamentale avere un progetto comune. Bisogna imparare a rispettare ogni persona per ciò che è.”

Ha proseguito poi Patrizia Di Dio, presidente nazionale Terziario Donna Confcommercio e vicepresidente Confcommercio Palermo “La dipendenza non affranca dalla violenza, il lavoro libera dai bisogni e contribuisce a rafforzare la propria autostima. Non dobbiamo pensare solo a come rendere le donne più forti, ma anche a come creare una cultura che non renda gli uomini creature mostruose. Dietro alla violenza c’è disagio e fragilità, serve un percorso di educazione, prevenzione, cultura”.

Tra gli innumerevoli interventi di una manifestazione molto sentita ricordiamo anche quelli di Alessandra Giannola, sociologa e presidente dell’A.N.A.S Italia che opera con uno sportello permanente e con una rete antidiscriminazione, di Barbara Messina, psicologa e criminologa che ha spiegato come riconoscere la violenza e ha tracciato i profili degli aggressori e degli stalker, e infine di Valentina Li Mandri dell’Associazione Giuristi Siciliani che fornisce assistenza legale gratuita al centro antiviolenza e che ha esposto i principali timori delle donne che si rivolgono al centro e le soluzioni per affrontarli. Fondamentale, proprio per la Li Mandri, è la necessità di una rete di solidarietà che coinvolga anche i familiari di chi denuncia e la salvaguardia dei figli.

Presenti anche due momenti musicali: uno dal percorso formativo “Progetto Sistema” a cura dell’Associazione amici della musica, con un coro femminile formato da ragazze che non hanno mai studiato canto ma che con passione stanno partecipando al progetto, guidati dai maestri Rosalia Pizzitola e Salvatore Collura, e uno di un quartetto d’archi del Conservatorio Bellini.

L’importanza dell’incontro stà nell’aver creato una situazione di dibattito sulle differenze di genere. Perché solo combattendo gli stereotipi e comprendendo che non esistono totem sociali che non possano essere abbattuti, si potrà porre fine a questa triste storia.

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