Medio Oriente: un amore infinito </br> Marta Bellingreri si racconta

Medio Oriente: un amore infinito
Marta Bellingreri si racconta

Una vita dedicata ai diritti ed all’integrazione. La scrittrice palermitana racconta i suoi viaggi.

Una vita dedicata al medio oriente, sempre in viaggio tra la Sicilia l’Egitto, la Tunisia, la Giordania, la Siria e il Libano. Una penna, quella della palermitana Marta Bellingreri, che racconta storie di migrazione e di donne con i suoi reportage del mondo arabo e della Sicilia. Laureata all’Orientale di Napoli e specializzata in studi Arabo-Islamici e del Mediterraneo, attualmente è dottoranda in Cultural Studies e vive ad Amman per la sua ricerca. È autrice, insieme a Giusi Nicolini sindaco di Lampedusa, del libro intervista ‘Lampedusa. Conversazioni su isole, politiche e migranti’, e de ‘Il sole splende tutto l’anno a Zarzis’ un reportage narrativo di viaggi tra la Sicilia, la Tunisia e la Francia insieme a minori tunisini non accompagnati.  Inoltre ha pubblicato in molti giornali e siti italiani quali l’Espresso, Il Manifesto, Monitor, Terre Libere, Newsweek, l’Huffington Post e Fortress Europe. Dulcis in fundo ha partecipato al film ‘Io sto con la sposa’ e lavorato come traduttrice e assistente regia nel film documentario ‘Banks’. Marta ci racconta la sua vita e le sue passioni in un’intervista esclusiva.

“Io sto con la sposa”, una favola di disobbedienza civile che ha messo in scena un finto corteo nuziale per permettere ai cinque protagonisti di oltrepassare il confine. Cosa ha significato per te prendere parte a questo progetto?

“Sono venuta a conoscenza di questo progetto grazie a Gabriele Del Grande. Fu lui, infatti, a scrivere la prefazione ‘Una nuova estetica della frontiera’ al mio secondo libro. Con questa idea per la testa mi ha invitato a Marta-300x299partecipare a “Io sto con la sposa” il più strepitoso progetto a cui abbia mai partecipato. Ero a Tunisi, indecisa sul lasciarla o meno, quando sono stata invitata al finto corteo nuziale che ci ha permesso di attraversare le frontiere europee per portare cinque palestinesi siriani in fuga dalla guerra. Erano arrivati, o meglio, sopravvissuti a Lampedusa. Sentivo ancora il silenzio e l’orrore della tragedia e, quando sono stata invitata a sfidare la frontiera, non ho esitato un attimo e da Tunisi sono volata a Milano dove i primi giorni ci siamo occupati della preparazione al matrimonio. Infine la partenza da Milano verso la Francia, poi Germania, Danimarca, Svezia. Ho creduto al successo di questo progetto fin dal primo momento. Non solo per la fiducia nei registi Khaled, Gabriele e Antonio ma perché era entusiasmante per tutti parlare di rifugiati in giacca e cravatta, ricevere auguri per le nozze piuttosto che parolacce perché stranieri. Perché c’erano e ci sono le nostre vite che sono fatte di un Mediterraneo di vita e non di morte. Noi viaggiamo, studiamo, scriviamo e conosciamo un mondo che poi viene raccontato diversamente. Che viene soffocato. Nel mio secondo libro alla fine ho ringraziato tutti gli ‘harraga’, quelli che bruciano la frontiera attraversandola illegalmente, perché con il loro coraggio stanno scarabocchiando le cartine geografiche. Durante il viaggio sono stata anche traduttrice in qualche momento, ma soprattutto sono stata appassionata ed emozionata tutto il tempo. Ed era questo che ha fatto la bellezza del viaggio-film. Ventitré persone felici di stare insieme: ricercatrici, giornaliste, studenti, più la parte tecnica che non è stata filmata o fotografata “.

Come potresti riassumere il messaggio profondo e lo scopo di questo progetto?

“L’entusiasmo con cui abbiamo partecipato e anche il successo che ha ottenuto non deve farci dimenticare che la guerra continua, che nessuno la sta fermando, che durerà anni e la sposa e lo sposo viaggeranno con il cuore ferito perché in Siria e a Gaza muoiono ogni giorno migliaia di persone. La guerra in questo momento è a due ore da dove sono seduta. Al confine con la Siria, inventata, voluta, prolungata, egoista. La guerra è la prova della continua violenza della storia dell’uomo. I crimini insensati che si compiono sono incomprensibili per esseri che respirano, eppure ce li vediamo davanti. Mia nonna marchigiana mi dice sempre che ha visto la guerra: i tedeschi che occupavano l’Italia durante la guerra e che sparavano perfino alle mucche. L’Italia ha dimenticato gli uomini, le donne e i bambini che sono emigrati, la violenza che si è compiuta. E continua a leggere che Israele si sta difendendo mentre massacra e che la Siria è il paese del male. La Siria invece è il paese più bello che abbia mai visto. In esso sono presenti tutte le religioni le lingue e le scritture. E la luce ha fatto splendere Damasco, Aleppo, Palmira, Homs, Hama. E quindi per questo, come il titolo del mio libro “Il sole splende tutto l’anno a Zarzis”, credo che il sole risplenderà anche in Siria un giorno, e credo anche che la Palestina si libererà forse tra secoli di un’occupazione coloniale cui molti degli ebrei del mondo sono contro perché è perfino operata in nome loro e in nome di Dio. Non possiamo intervenire sulla violenza della storia, ma stiamo con la sposa perché possiamo intervenire sulla storia in questo modo”.

Una vita, la tua, spesa per raccontare ciò che vedi con i tuoi occhi da Palermo al Medio Oriente. Come definiresti il tuo lavoro?

“La mia città d’origine è Palermo. Da lì vengo, anche se negli ultimi nove anni ci ho vissuto solo per pochi mesi. Mi sono laureata all’Orientale di Napoli e ancor prima di laurearmi ho iniziato a lavorare come insegnante di italiano a stranieri, in Giordania, Italia e Tunisia, come mediatrice culturale e traduttrice a Lampedusa e Roma e come coordinatrice di un progetto di cooperazione con donne in Tunisia. Ho fondato un’associazione a Palermo di nome Di.A.Ri.A. (Didattica, Arte, Ricerca, Azione) e lì abbiamo realizzato il progetto “La parola al corpo” per l’insegnamento della lingua italiana a stranieri. Ora non abbiamo progetti in corso, ma abbiamo una sede a Palermo dove, oltre ai corsi di danza, capoeira, teatro, tai chi, per adulti e bambini, organizziamo eventi culturali: dal Mali alla Tunisia. I miei lavori sono stati diversi ma legati sempre al mondo arabo, che costituisce il mondo della mia specializzazione, alla migrazione o alle donne. Ed adesso il mio progetto di ricerca per il dottorato è su “Arte e attivismo delle donne in Medio Oriente”. Se dovessi definire il mio lavoro direi semplicemente che è legato alle relazioni, che sia tramite la lingua o la ricerca. Ed è proprio nel costruire una nuova geografia delle relazioni che ho pubblicato due libri”.

Egitto, Siria, Libano, Palestina. Cosa ti porti dietro da ogni paese in cui hai deciso di vivere?

“La tristezza della guerra, la generosità delle persone, la bellezza della lingua araba, la passione per quello che ho scelto e la ricchezza della storia”.

Cosa ti piace principalmente raccontare di questi paesi?

“Mi piace raccontare gli aneddoti divertenti tra bikini e niqab, tra proibizioni e passioni. Mi piace parlare dell’arte e degli esili, inseguo le storie dei rifugiati e ultimamente esploro ancor più il mondo femminile e le comunità LGBTQ se capita”.

Insegnante, scrittrice, mediatrice culturale per minori non accompagnati. Qual è il mestiere che preferisci e che vorresti unicamente intraprendere?

“Il mio sogno è di diventare una scrittrice. Mediatrice lo sono per natura e ci lavorerei volentieri ancora. Attualmente sono ricercatrice, ma questo lo sono sempre stata e lo continuerò ad essere anche dopo aver finito il dottorato”.

Pensi di rimanere in Italia o continuerai a viaggiare?

“Continuerò a viaggiare spero, al momento vivo in Giordania e sicuramente resto un anno, forse due, forse un’altra meta. Non ho programmi dopo il dottorato, sto partecipando a diversi film e progetti che continuerò a portare avanti. Mi piacerebbe viaggiare non per lavoro ma anche per piacere senza meta. Quando sento che devo fermarmi mi fermo, quando sento che voglio andare, prima o poi, vado”.

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