Le madri siciliane e i loro figli</br> ‘Mammoni’ si nasce o si diventa?

Le madri siciliane e i loro figli
‘Mammoni’ si nasce o si diventa?

Uno spassoso ritratto della vita coniugale di due novelli sposi scritto da una nostra lettrice.

Li chiamano ‘mammoni’, al grido di “Si salvi chi può”, come sciame sismico, inizia un’irrequietezza, un nervosismo, un gesticolare, un ‘mussiari’ abbinato a scongiuri avverso il mammismo, sindrome atavica geneticamente responsabile della lesione di libertà.

Lo sciorinamento di frasi premedioevali, inflazionate e demodé che designano il fenomeno è inevitabilie: cordone ombelicale, svezzamento in corso, legato alla gonnella, dente da latte, spillone da balia, ciripà in aeternam, ammammato.

Dicesi mammone chiunque a 18 anni soverchiati, osa sostare nel raggio di trattamento di cure parentali, prolungandolo sine die. Tutte le testimonianze e la letteratura clinica testimoniano che la sindrome da mammismo colpisce esclusivamente soggetti di sesso maschile ammogliati o in procinto di sposarsi. Costoro, portatori sani per averla geneticamente ereditata, non manifestano alcun sintomo di mammismo fino a quando non interviene un fattore estraneo, in genere soggetto di sesso femminile appartenente ad altro gruppo familiare, che si interferisce ed interfaccia fomentando l’interruzione e l’arresto del trattamento delle cure materne.

Il mammismo è bello e diagnosticato. La sindrome si manifesta subito, non appena i due, lui e lei, si tendono la mano. Lui, pensando: “È la mia fatina”, e lei: “È l’uomo della mia vita”, intendendo con ciò di ritenersi esonerata, in nome dell’amore, da cucinata, lavata, stirata, spolverata, obiettivo quest’ultimo raggiunto spesso per spirito di collaborazione.

Lo stesso ‘patto’ ahimè, scatena la gelosia della mamma di lui: “M’u’ canciò” e l’orgoglio contemporaneo della mamma di lei: “A’ voli bbeni assai! M’a’ tratta comu n’a’ riggina!”. La fase acuta della sindrome del mammismo trova la sua tragica manifestazione non appena l’uomo di tutta la vita e la fatina ritornano dal giro nozze.

Sia per i palloncini pieni d’acqua, fatti trovare nell’ingresso della nuova casa degli sposini, o per la chiave della camera da letto nascosta in un bicchiere d’acqua ghiacciata o, ancor di più, per il frigo pieno di contenitori con zuppa di lenticchie, ragù di cane, pesto alla genovese, ciambellone all’arancia “ppi lu figghiu miu”, il grido d’esultanza del figlio è quasi sempre accompagnato da un “Ahhh…à mammuzza mia” quasi sempre accompagnato dallo stato di panico nella neosposa che, con l’extrasistole a più di due secondi, bisbiglia: “Accuminciò!” (segno della croce incluso con l’espressione).

Disorientata e aritmica la nuora non sa dunque se riporre le valigie nel ripostiglio o nel disimpegno e intanto le scappa la pipì e “Si n’samm’a’ ddiu avesse messo mani anche lì?”. La guerra è partita. Il trascorrere dei giorni vede lui, l’uomo di tutta la vita telefonare a ‘Mamy’ due, tre volte a settimana, però dall’ufficio per non creare aloni di invadente presenza materna in casa.

La madre di lui vede, osserva, medita e custodisce. Lei, la fatina, per evitare equivoci, incomprensioni, disguidi e rimpianti dall’aver lasciato la casa materna, si affida senza tregua alla proverbiale sapienza della sua mamma. Tutto questo fatto per lui, solo per lui. Le due donne si tartassano di telefonate “Fà  accussì a’ matri”, seguono sms sulle migliori offerte e sconti, squilli che avvertono lo scadere del tempo di lievitazione della pastella e della cottura degli spaghetti n° 5.

Consigli, si capisce, solo consigli, fondati sul principio filosofico del “Ti pari a ttia l’abbitui…ca ti cunsumi”. Se la mamma della fatina consiglia un si sarà si, se suggerisce (ma piano piano) no, è no. Il mammismo non contagia la fatina, sebbene i due condividano lo stesso letto e lo stesso guanciale. Il virus del mammismo nella fatina subisce una mutazione e diventa complicità con madre e figlia che rivivono così una nuova  simbiosi gestazionale. La mamma di lei è presenza viva, quotidiana, immolandosi nella stirata, nell’arancinata, nella pizzata, nella risottata, nella panellata “Accussì fa bella fiura ccu l’amici, a’ figghia mia”.

Lui, invece, l’uomo di tutta la vita, è mammone. A chi telefona tutta la settimana? A chi lo ha partorito, allattato, cresciuto, educato, istruito, amato…sicchè, ora, l’uomo di tutta la vita è un figlio d’oro. Io, di mammoni ne conosco pochi. Conosco invece tantissime donne mamma-dipendenti. I loro bebé, tutti allevati dalla nonna, quella nonna, l’altra “u’nn’havi versu!”.

Sbandierando questi ‘pensierini’ non era mia intenzione elogiare e santificare gli uomini, né denigrare le donne. Si tratta soltanto di un ‘crin d’oeil’, una strizzatina d’occhio a tutti, soprattutto alle donne, me compresa, perché siamo sempre in tempo ad essere ciò per cui siamo state create, un tocco di bellezza all’umanità (P.s in caso di contagio, buon mammismo a tutti).

Maria Antonietta Cassaro

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