Ghost in the Shell, recensione </br> Action movie in tinte Cyberpunk

Ghost in the Shell, recensione
Action movie in tinte Cyberpunk

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Una pellicola che affascina, ricca di spunti ma che forse non convince fino in fondo.

Prodotto da Paramount Pictures e DreamWorks, con la regia di Rupert Sanders e Scarlett Johansson nel ruolo di protagonista, affiancata da Juliette Binoche, Takeshi Kitano e Micheal Pitt, “Ghost in the Shell” è basato sull’omonimo manga giapponese opera di Masamune Shirow.ghost-in-the-shell

LA TRAMA. In un futuro marcatamente di ambientazione Cyberpunk (a breve ne spiegheremo il significato ndr.) e fortemente distopico, il “Maggiore”, ruolo interpretato dalla Johansson, è una donna unica: vittima di un violento incidente ed ormai in fin di vita, viene “salvata” grazie ad un delicato intervento che inserisce il suo cervello (il Ghost) in un corpo completamente robotico (lo Shell). Il Maggiore Mira, esperimento riuscito della compagnia filo-governativa Hanka Corporation, viene così integrata all’interno di una task force speciale della polizia: la sezione 9, che ha lo scopo di sventare attacchi terroristici e minacce particolarmente gravi. Il primo compito è quello di trovare ed eliminare il responsabile di un attacco ad uno dei massimi dirigenti della Hanka, il cyber terrorista Kuze. Grazie alle sue abilità speciali, Mira riuscirà a trovare il criminale ma l’incontro le rivelerà una sconcertante verità sul suo passato che la porterà a rivedere il suo ruolo e a sconvolgere completamente la sua “nuova vita”. Così Mira inizierà la ricerca della sua vera identità scoprendo di essere stata in realtà una ribelle antigovernativa deceduta in seguito ad un attacco repressivo della polizia cittadina. Da qui la scoperta del suo vero nome e delle sue origini, l’incontro con la madre ed un nuovo obiettivo: far sì che nessun altro possa essere ingiustamente sottoposto al suo stesso intervento.

PREMESSA. Doverosa e sostanziale. Il film Ghost in the Shell è stato tanto atteso quanto criticato a livello mondiale. Il media franchise nato da una storia originale di Masamune Shirow ha creato infatti nel tempo un vastissimo pubblico a livello globale tanto da generare un’enorme attesa intorno al film. E così, anche tantissime critiche di appassionati. La seguente recensione parte dalla non conoscenza di nessuno degli altri elementi del franchise nè della storia originale. Si basa dunque unicamente su una valutazione della pellicola dal punto di vista dello spettatore.

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L’AMBIENTAZIONE. Bella, bellissima. Per chi è appassionato del genere è la realizzazione filmica di quanto da sempre immaginato in un futuro distopico e Cyberpunk. Metropoli verticali dominate da grattacieli avveniristici, costellate di ologrammi pubblicitari talmente realistici da creare un senso di sbigottimento, eppure spazi claustrofobici, in cui il sole sembra non arrivare nemmeno. Una cultura che ha sfondato e calpestato il concetto di moralità, dove la tecnologia si è evoluta a tal punto da riuscire efficacemente a potenziare gli esseri umani. Un contesto in cui l’impianto bionico è una routine, addirittura una moda, che prescinde dalla reale necessità. Dove un fegato bionico è un modo per poter bere a dismisura al bancone di qualche bar dei sobborghi, dove l’innesto meccanico prende il posto di arti, occhi, parti del volto e addirittura della mandibola con risultati spesso raccapriccianti agli occhi dello spettatore ma che in questo contesto sono perfettamente integrati ed “invisibili”. L’atmosfera così creata ci è piaciuta decisamente tanto, anche in virtù di piccoli tocchi di stile come le auto, dagli interni futuristici ma dalle forme anni ’80 e 90′. Oseremmo dire che l’ambientazione vale il prezzo del biglietto.

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LA STORIA. Banale, semplice e troppo abbozzata, Troppi passaggi introspettivi che risultavano già chiari senza alcuna spiegazione e al contempo troppi “buchi” nella storia che poi vengono presentati senza un retroscena. Ci sarebbe piaciuto molto di più vedere i perchè di un rapporto importante come quello tra Mira ed il suo collega Batou, che diventerà addirittura centrale e che nel film viene presentato come bell’e pronto. Avremmo preferito qualche dettaglio in più sulla sezione 9, sui suoi membri, sullo spirito di squadra che li tiene uniti e che nel finale diventa fondamentale ma che nell’intero film non è mai spiegato. Avremmo preferito capire perchè il capo della sezione 9, pur comprendendo la lingua (l’italiano, nel nostro caso doppiato ndr.) parli comunque in giapponese. Interrogativi irrisolti,  sgradevoli nei di questo film. Esigenze di tempo? Probabilmente ci sarebbe piaciuta una trilogia, che per tematica e ambientazione ricca di spunti non sarebbe mai stata noiosa.

CONCLUSIONI. Un film che merita e che avrebbe meritato: di meglio. Non convince, bellissimo nelle immagini, ottima l’interpretazione di Scarlett Johansson, ma monco di molte sue parti. A tratti lento e a tratti sbrigativo laddove non avrebbe dovuto. Da vedere? Si. Ma ci saremmo aspettati di più.

 

 

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