Torna ‘Buttanissima Sicilia’ </br>L’amara comicità di Salvo Piparo

Torna ‘Buttanissima Sicilia’
L’amara comicità di Salvo Piparo

Un teatro pieno per la replica dello spettacolo. Sul palco anche l’autore e il regista.

‘Buttanissima Sicilia’ torna al Teatro Biondo di Palermo a grande richiesta del pubblico palermitano. Accolto con calore ed entusiasmo, lo spettacolo, che vede come protagonisti Salvo Piparo, Rosemary Enea e Costanza Licata, tiene alta l’attenzione degli spettatori per un’ora e trenta minuti fatti di musica, riferimenti storici, risate amare, interazione con il pubblico e, soprattutto, tanta sicilianità. Difficile da seguire per chi non conosce la lingua, il ritmo di Piparo non stanca e non permette al pubblico di distrarsi: si resta folgorati dal naturale talento con cui tiene il palco, senza barocche e maestose scenografie d’arredamento. Un pianoforte, un tamburo, due sedute dai colori giallo e rosso, come lo stemma della Sicilia, un leggio e un ‘cato’ di pasta cruda è tutto quello di cui il palco si costituisce, dando modo ai tre di spiccare senza offrire altre distrazioni agli spettatori.

Dentro ‘Buttanissima Sicilia’ c’è tutta la storia di una terra amabile e maledetta, dove la colpa ultima per ogni male che la affligge, e di cui i siciliani tanto si lamentano, appartiene ai siciliani stessi. C’è la storia ottocentesca dei baroni e dei principi, che decisero l’autonomia a livello costituzionale per i propri fini ed interessi; c’è la storia della mafia e della mafia dell’antimafia, due facce della medesima medaglia; c’è la promessa del re, del governatore, “Sasà Sariddu Sesè”, che non trova mai una ragione per rimanere a fare il suo lavoro. Il teatro si scompone per andare direttamente ad interpellare il pubblico: Piparo è un mattatore nato, un teatrante che unisce l’antico e il moderno, la vecchia scuola del teatro siciliano e il linguaggio delle nuove generazioni, che capisce i problemi odierni e li sa reinterpretare. Ci si accorge subito che la vera protagonista di questa performance è la lingua siciliana, quella che “si sta perdendo”, a detta di Piparo, per lasciare il posto ad un’internazionalizzazione che ci fa dimenticare le influenze greche, francesi e spagnole di cui il siciliano si vanta.

Così come va via la lingua siciliana, rischia di andar via anche la Sicilia. Così si chiude il tutto, con una favola in cui la Sicilia, stanca dei siciliani, va via. Come una madre che ha bisogno di uscire di casa: porta via le strade, il mare, il Teatro Massimo, l’Etna, Monte Pellegrino. Non resta nulla, ma tutti, o quasi, fanno finta di non vedere. Così come fanno i siciliani: mentre le cose belle spariscono, voltano lo sguardo dall’altra parte. Perché, in Sicilia, “cancia tutto p’un canciari mai nenti”.

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